L'Associazione Legali Immigrazionisti, guidata dall'Avv. Fabio Loscerbo (in foto), si configura come un centro per lo studio, l’approfondimento e la divulgazione del diritto dell'immigrazione. L’Associazione ha l’obiettivo di promuovere un’interpretazione sistematica e avanzata delle normative in materia, nonché di favorire il dibattito giuridico e l’elaborazione di soluzioni innovative nel rispetto dei diritti fondamentali.
TAR Emilia-Romaña: la Jefatura de Policía debe emitir el permiso estacional, no puede archivar la solicitud
Una importante sentencia del Tribunal Administrativo Regional (TAR) de Emilia-Romaña, Sección Primera, publicada el 27 de febrero de 2026 (recurso inscrito en el registro general número 1845 de 2025), aclara un principio fundamental en materia de derecho de extranjería: el retraso administrativo no puede justificar el archivo de una solicitud válida de permiso de residencia por trabajo estacional.
El caso se refiere a un ciudadano extranjero que había entrado legalmente en Italia con visado de trabajo estacional, había obtenido la autorización laboral correspondiente, firmado el contrato y presentado correctamente la solicitud del permiso de residencia. Además, cumplió con todas las formalidades previstas por la normativa, incluido el trámite de toma de huellas.
A pesar de ello, la Jefatura de Policía no procedió a la emisión material del permiso y posteriormente decidió archivar la solicitud.
La Administración justificó su decisión alegando que, debido al escaso tiempo entre la fase de instrucción y la conclusión del procedimiento administrativo, no fue posible imprimir la tarjeta de residencia dentro del plazo.
El TAR rechazó esta argumentación. Según el Tribunal, un retraso imputable a la Administración no puede perjudicar al solicitante. Cuando se cumplen los requisitos sustanciales y formales exigidos por la ley, las ineficiencias organizativas internas no constituyen una base legítima para archivar la solicitud.
La sentencia tiene además una relevancia práctica importante. El Tribunal señala que la falta de emisión del permiso estacional puede haber afectado directamente la posibilidad de solicitar su conversión en permiso de trabajo subordinado ordinario, conforme al artículo 24 del Decreto Legislativo número 286 de 1998.
Aunque la conversión requiere una solicitud específica del trabajador y no puede ser evaluada de oficio por la Administración, esta última debe, en primer lugar, cumplir con su obligación de emitir el permiso estacional solicitado. Solo después podrá examinarse la eventual conversión.
La decisión reafirma un principio esencial del derecho administrativo: la ineficiencia del aparato público no puede transformarse en una sanción indirecta contra un trabajador extranjero que ha cumplido todas las obligaciones legales.
En un ámbito donde el respeto de los plazos puede determinar la diferencia entre situación regular e irregular, esta sentencia representa una referencia relevante para futuros litigios relacionados con retrasos en la expedición de permisos de residencia.
Protezione complementare, protezione speciale e convertibilità dopo il Decreto Cutro: una lettura sistematica tra norma e diritto vivente
Il tema della convertibilità del permesso per protezione speciale, nel sistema successivo al Decreto Cutro, non può essere affrontato in termini meramente letterali o isolati. La riforma introdotta dal Decreto-Legge 20/2023, convertito nella Legge 50/2023, ha certamente inciso in senso restrittivo sull’istituto, riducendone l’ambito applicativo e introducendo un espresso divieto di conversione in permessi per motivi di lavoro. Tuttavia, limitarsi a questo dato normativo significa non cogliere la reale dinamica del sistema.
Come emerge chiaramente dal contributo scientifico pubblicato su Calaméo https://www.calameo.com/books/008079775f5d5eabd6d86 e dal lavoro di analisi dedicato al ruolo del dispositivo nella giurisprudenza di merito , la questione della convertibilità non si esaurisce nel contenuto della norma, ma si colloca nel punto di intersezione tra diritto scritto e diritto vivente.
Il legislatore ha inteso ricondurre la protezione speciale entro una dimensione residuale e temporanea, coerente con una logica di contenimento degli effetti stabilizzanti del soggiorno. Tuttavia, tale impostazione incontra un limite strutturale nella stessa architettura dell’ordinamento, che continua a essere permeata dagli obblighi costituzionali e internazionali. Il richiamo contenuto nell’art. 19 del d.lgs. 286/1998 agli obblighi derivanti dalla Costituzione e dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo impedisce di ridurre la protezione speciale a una misura meramente formale o transitoria.
È proprio in questo spazio che si inserisce il ruolo della giurisprudenza, e in particolare dell’elaborazione sviluppata dal Tribunale di Bologna. Le decisioni di merito analizzate mostrano un dato costante: il permesso per protezione speciale viene riconosciuto con caratteristiche ben definite, ossia durata biennale, rinnovabilità e possibilità di svolgere attività lavorativa. Questi elementi, lungi dall’essere accessori, assumono una funzione qualificatoria e incidono direttamente sulla natura giuridica del titolo.
Un permesso lavorabile e rinnovabile non è, per sua struttura, un titolo meramente temporaneo. Esso si colloca, piuttosto, nell’ambito dei titoli orientati alla stabilità e all’integrazione. In questo senso, la qualificazione operata nel dispositivo del provvedimento giurisdizionale diventa decisiva, poiché è proprio attraverso il dispositivo che il giudice conforma concretamente il contenuto del titolo e vincola l’amministrazione al suo rilascio nei termini stabiliti.
Il punto centrale, allora, non è tanto se la norma consenta o meno la convertibilità, ma quale sia la natura del titolo di soggiorno così come concretamente configurato. Se il titolo è strutturato in modo tale da consentire l’inserimento lavorativo e la continuità del soggiorno, la sua collocazione nel sistema non può che essere quella dei titoli suscettibili di evoluzione.
In questa prospettiva, la convertibilità non emerge come un attributo esplicito, ma come un effetto sistemico implicito. Essa deriva dalla coerenza interna del sistema e dalla qualificazione del titolo operata in sede giurisdizionale. Negare in modo assoluto la convertibilità di un permesso biennale, rinnovabile e lavorabile significherebbe introdurre una contraddizione logica, riconoscendo da un lato un percorso di integrazione e negandone, dall’altro, ogni possibile sviluppo.
Questo assetto interpretativo assume un rilievo che va oltre il piano tecnico e si collega direttamente al paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”. Il sistema dell’immigrazione, per essere coerente, non può limitarsi a regolare l’ingresso e la permanenza, ma deve individuare criteri chiari per la stabilizzazione o, in alternativa, per l’uscita dal territorio.
L’integrazione rappresenta, in questo contesto, il criterio decisivo. Quando il soggetto ha sviluppato un radicamento effettivo – attraverso il lavoro, le relazioni sociali, la permanenza nel territorio – l’ordinamento non può ignorare tale situazione senza entrare in contrasto con i propri principi fondamentali. La protezione speciale, così come ricostruita dalla giurisprudenza, diventa allora lo strumento attraverso cui tale integrazione viene riconosciuta sul piano giuridico.
Se questa è la funzione dell’istituto, la convertibilità non può essere considerata un’eccezione o una concessione. Essa costituisce, piuttosto, la naturale evoluzione di una posizione giuridica già orientata alla stabilità. In questo senso, il divieto introdotto dal Decreto Cutro continua a operare come regola generale sul piano astratto, ma incontra un limite nella concreta configurazione del titolo e nella necessità di garantire coerenza sistemica.
Il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” consente di leggere questa dinamica in modo unitario. Non si tratta di ampliare indiscriminatamente gli spazi di permanenza, ma di distinguere in modo netto tra situazioni integrate e situazioni non integrate. Nel primo caso, la stabilizzazione del soggiorno rappresenta un esito coerente e necessario; nel secondo, l’ordinamento deve prevedere strumenti di uscita.
La protezione speciale, nella sua configurazione attuale, si colloca esattamente in questo spazio intermedio, ma non come misura ambigua o indefinita. Essa opera come meccanismo di emersione giuridica dell’integrazione, destinato a evolvere verso forme più stabili quando ne ricorrano i presupposti.
In definitiva, la questione della convertibilità non può essere affrontata come un problema isolato, ma deve essere ricondotta alla struttura complessiva del sistema. La giurisprudenza di merito, e in particolare l’orientamento del Tribunale di Bologna, dimostra che la protezione speciale, anche dopo il Decreto Cutro, continua a essere un titolo dinamico, strutturalmente compatibile con i meccanismi di evoluzione del soggiorno.
È proprio in questa dimensione che si coglie il significato più profondo dell’istituto: non una misura residuale, ma uno strumento di equilibrio tra esigenze di controllo e tutela dei diritti fondamentali, nel quale l’integrazione diventa il criterio decisivo per la stabilizzazione della posizione dello straniero.
Avv. Fabio Loscerbo Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea (ID: 280782895721-36) ORCID: https://orcid.org/0009-0004-7030-0428
Título: Una alerta en el sistema SIS no puede provocar automáticamente la anulación de un visado: decisión del tribunal administrativo italiano
Una reciente decisión de la jurisdicción administrativa italiana ha aportado una aclaración importante sobre los efectos de las alertas en el Sistema de Información de Schengen (SIS) en los procedimientos relacionados con visados y permisos de residencia.
El caso fue decidido por el Tribunal Administrativo Regional del Lazio (TAR Lazio), Sección Quinta Quater, sentencia número 2728 de 2026, que analizó la relación entre una alerta en el SIS y la facultad de la administración de anular un visado ya concedido.
El asunto se refería a una estudiante extranjera que había obtenido un visado por motivos de estudio expedido por una embajada italiana en el extranjero. Posteriormente, las autoridades de otro Estado del espacio Schengen revocaron su permiso de residencia e introdujeron una alerta en el Sistema de Información de Schengen.
A raíz de esta alerta, la autoridad diplomática italiana decidió anular el visado que ya había sido concedido. Como consecuencia directa, la Questura de Milán declaró posteriormente inadmisible la solicitud de permiso de residencia por estudios presentada por la interesada.
La solicitante impugnó estas decisiones ante el tribunal administrativo, sosteniendo que la administración había utilizado la alerta en el SIS como un motivo automático y obligatorio para anular el visado, sin realizar una evaluación administrativa adecuada.
El tribunal administrativo acogió este argumento.
Según los jueces, la existencia de una alerta en el Sistema de Información de Schengen no puede justificar automáticamente la anulación de un visado. Incluso en presencia de una alerta SIS, la administración está obligada a realizar una evaluación autónoma y concreta de la situación individual.
El tribunal recordó que toda decisión administrativa debe respetar principios fundamentales como la proporcionalidad, la adecuación de la medida y la protección de la confianza legítima.
En este caso, la administración había tratado la alerta SIS como si constituyera una obligación automática de cancelar el visado, considerando que no tenía margen de valoración. Esta interpretación fue considerada incompatible con los principios del derecho administrativo.
Los jueces señalaron que la administración debería haber llevado a cabo un examen más profundo del caso antes de adoptar una medida tan restrictiva. Al no haberse realizado dicha evaluación, el tribunal anuló tanto la decisión de cancelar el visado como la posterior decisión que había declarado inadmisible la solicitud de permiso de residencia.
Esta sentencia es especialmente relevante porque reafirma un principio fundamental del derecho europeo de la inmigración: los sistemas de intercambio de información entre Estados, como el SIS, son instrumentos de cooperación, pero no sustituyen el deber de las autoridades nacionales de evaluar cada caso de forma individual.
En la práctica, esto significa que una alerta en el SIS no puede convertirse en un automatismo administrativo. Las autoridades deben garantizar siempre que sus decisiones sean proporcionales, motivadas y basadas en un análisis real de las circunstancias del caso.
Italian Court Clarifies Rules for Converting Seasonal Work Permits into Regular Employment
A recent ruling by the Regional Administrative Court of Puglia offers important clarification on one of the most debated aspects of Italy’s immigration system: the conversion of a seasonal work permit into a regular employment permit, particularly in the agricultural sector.
The judgment was issued by the Regional Administrative Court for Puglia (TAR Puglia), Section III, decision no. 292 of 2026, published on 10 March 2026 in case registered under general register number 175 of 2026.
The case: a rejected conversion request
The dispute arose after the Prefecture of Bari – through the One-Stop Immigration Desk – rejected a foreign worker’s request to convert his residence permit from seasonal work to regular employment.
The administration argued that the worker had not met the minimum activity requirement required in the agricultural sector. According to the authorities, he had failed to demonstrate at least 39 working days within three calendar months, with an average of 13 working days per month, as indicated in ministerial guidelines.
The negative assessment relied heavily on a strict interpretation of the concept of “three months,” calculated according to calendar months. Under this interpretation, several working days performed between the end of one month and the beginning of the next were excluded from the calculation.
The legal framework
Under Article 24, paragraph 10 of Legislative Decree No. 286/1998 (the Italian Consolidated Immigration Act), a seasonal worker who has carried out regular work in Italy for at least three months and who receives an offer of regular employment may request the conversion of the residence permit into a standard work permit.
In the agricultural sector, however, work is often measured in individual workdays rather than monthly contracts. For this reason, a joint ministerial circular issued on 27 October 2023 clarified that the requirement of three months of work corresponds to at least 39 working days covered by social security contributions, averaging 13 days per month.
The court’s interpretation
The court disagreed with the rigid interpretation adopted by the labor authorities. It emphasized that the legislation refers to a period of work equivalent to roughly three months, which should be understood as a period of about 90 days, not necessarily as three calendar months.
According to the ruling, excluding working days performed “between months” leads to an interpretation that is excessively formalistic and inconsistent with the purpose of the law.
As the judgment explains:
“The existing provisions simply state that a seasonal worker who has carried out regular work on national territory for at least three months and who receives an offer of employment may request the conversion of the residence permit into a work permit.”
The court further clarified that the relevant reference period should start from the actual beginning of employment, not from the first day of the calendar month.
Why the decision matters
This ruling is significant because it rejects an overly bureaucratic approach that could prevent seasonal workers from stabilizing their employment status even when they have genuinely worked the required number of days.
By interpreting the three-month requirement as approximately 90 days from the start of employment, the court adopted a more realistic approach to agricultural labor, where work often occurs intermittently depending on seasonal needs.
The judgment ultimately annulled the rejection issued by the Prefecture of Bari and ordered the administration to reassess the worker’s application within thirty days.
Broader implications for immigration policy
The decision highlights a recurring issue within Italy’s immigration system: the gap between formal administrative criteria and the practical realities of seasonal work.
Agriculture relies heavily on migrant labor, often organized through short daily contracts tied to weather conditions, crop cycles, and labor demand. Applying rigid calendar-based calculations risks excluding legitimate workers from the possibility of converting their permits and continuing their employment legally.
The ruling therefore contributes to a growing body of case law emphasizing that immigration rules must be interpreted in light of their underlying purpose, which in this context is to verify genuine employment rather than to create unnecessary procedural barriers.
For employers and migrant workers alike, the judgment provides a clearer legal standard and may influence future administrative practice across Italy.
العنوان: المحكمة الإدارية في باري تؤكد رفض تجديد تصريح الإقامة في غياب دخل مُصرّح به مرحبًا بكم في حلقة جديدة من بودكاست قانون الهجرة. أنا المحامي فابيو لوتشيربو، واليوم سنتحدث عن قرار حديث صادر عن القضاء الإداري في إيطاليا يتناول مسألة مهمة في قانون الهجرة، وهي شرط توفر دخل كافٍ لتجديد تصريح الإقامة. صدر القرار عن المحكمة الإدارية الإقليمية في بوليا، الدائرة الثالثة، الحكم رقم 277 لسنة 2026، في القضية المسجلة تحت الرقم العام 102 لسنة 2026. تتعلق القضية برفض تجديد تصريح الإقامة الذي أصدرته مديرية الشرطة في مدينة فوجيا. وقد قامت الإدارة بالتحقق، من خلال قواعد البيانات الضريبية وأنظمة الضمان الاجتماعي، من أن المواطن الأجنبي لم يصرّح بأي دخل خلال الفترة ما بين عامي 2022 و2025. وقد دفع الطاعن بأنه كان يعمل فعليًا خلال تلك الفترة، لكنه ادعى أنه كان ضحية لصاحب عمل غير نزيه لم يقم بتسجيل عقد العمل ولم يدفع الاشتراكات التأمينية. ونتيجة لذلك لم تكن هناك أي شهادات ضريبية أو سجلات في نظام الضمان الاجتماعي تثبت وجود دخل. إلا أن المحكمة الإدارية رفضت الطعن وأكدت مبدأً واضحًا في قانون الهجرة: عندما يطلب الأجنبي إصدار أو تجديد تصريح الإقامة، يجب عليه أن يثبت توفر دخل كافٍ ومن مصدر مشروع. وبحسب المحكمة، لا يمكن تجاوز هذا الشرط بمجرد تصريحات عامة أو بالإشارة إلى عمل غير مُصرّح به. وبعبارة أخرى، لا يمكن للنظام القانوني أن يمنح قيمة قانونية لوضعيات تقوم في جوهرها على مخالفة القواعد الضريبية أو قوانين العمل. كما ذكّر الحكم بمبدأ أساسي آخر في القانون الإداري وهو مبدأ “الوقت يحكم التصرف الإداري”، أي أن مشروعية القرار الإداري يجب تقييمها استنادًا إلى الوقائع والظروف القانونية القائمة في اللحظة التي صدر فيها القرار. لذلك، حتى لو تمكن الشخص لاحقًا من الحصول على عمل قانوني، فإن هذا الأمر لا يؤثر على مشروعية قرار الرفض الذي صدر سابقًا. ويمكن في أفضل الأحوال أن يشكل أساسًا لتقديم طلب جديد للحصول على تصريح إقامة، لكنه لا يؤدي إلى إلغاء القرار السابق. ويؤكد هذا الحكم اتجاهًا مستقرًا في اجتهاد القضاء الإداري: شرط توفر الدخل يُعد عنصرًا أساسيًا في نظام تصاريح الإقامة المرتبطة بالعمل، لأنه يرتبط بقدرة الشخص الأجنبي على إعالة نفسه والاندماج بشكل مستدام داخل المجتمع. وهنا تحديدًا يظهر التوازن الذي يقوم عليه قانون الهجرة اليوم: التوازن بين الاندماج الاجتماعي، والعمل النظامي، واحترام القواعد القانونية. شكرًا لاستماعكم إلى هذه الحلقة من بودكاست قانون الهجرة. أنا المحامي فابيو لوتشيربو، ونلتقي في الحلقة القادمة. ⚖️ https://www.youtube.com/watch?v=8BnRHYLAPHo
Protezione
complementare e tutela della vita privata dello straniero –
osservazioni a Tribunale ordinario di Bologna, Sezione specializzata
in materia di immigrazione, sentenza 6 marzo 2026, R.G. 5636/2025
La sentenza del Tribunale ordinario di Bologna del 6
marzo 2026 offre un contributo significativo alla ricostruzione
dell’istituto della protezione complementare previsto dall’art.
19 del d.lgs. 286/1998. La decisione affronta questioni di
particolare interesse sistematico, tra cui l’individuazione della
disciplina applicabile ratione temporis dopo le modifiche normative
del 2023, il valore del parere della Commissione territoriale e,
soprattutto, il ruolo del radicamento sociale e lavorativo dello
straniero quale parametro di valutazione del rischio di violazione
dell’art. 8 CEDU. La pronuncia si inserisce in un orientamento
giurisprudenziale che riconosce alla protezione complementare una
funzione di tutela dei diritti fondamentali della persona e, in
particolare, del diritto al rispetto della vita privata e familiare.
La decisione del Tribunale ordinario di Bologna,
Sezione specializzata in materia di immigrazione, protezione
internazionale e libera circolazione dei cittadini dell’Unione
europea, resa in data 6 marzo 2026 nel procedimento iscritto al
numero R.G. 5636/2025, rappresenta un esempio significativo di
applicazione della disciplina della protezione complementare prevista
dall’art. 19 del d.lgs. 25 luglio 1998, numero 286. La controversia
trae origine dal ricorso proposto da un cittadino albanese avverso il
provvedimento del Questore di Reggio Emilia del 25 agosto 2023 con
cui era stata respinta la domanda di rilascio del permesso di
soggiorno per protezione speciale. Il provvedimento amministrativo si
fondava sul parere negativo espresso dalla Commissione territoriale
di Bologna, secondo cui non sarebbero emersi elementi idonei a
dimostrare un effettivo inserimento sociale tale da rendere il
rimpatrio una indebita ingerenza nella vita privata e familiare
dell’interessato ai sensi dell’art. 8 della Convenzione europea
dei diritti dell’uomo.
Il ricorrente contestava tale valutazione,
sostenendo che il diniego della protezione speciale determinasse una
lesione del proprio diritto al rispetto della vita privata,
evidenziando la durata del soggiorno nel territorio nazionale, lo
svolgimento di attività lavorativa e la progressiva costruzione di
relazioni sociali nel contesto italiano. Il Tribunale, ritenendo
sussistenti i presupposti cautelari, disponeva inizialmente la
sospensione dell’efficacia del provvedimento impugnato e procedeva
successivamente all’istruzione della causa mediante audizione del
ricorrente e acquisizione di ulteriore documentazione. Nel corso del
giudizio emergeva che lo straniero aveva ottenuto un contratto di
lavoro a tempo indeterminato come addetto al lavaggio di veicoli
presso un autolavaggio situato nella provincia di Modena, percependo
una retribuzione mensile compresa tra 1200 e 1300 euro e dimostrando
una progressiva stabilizzazione della propria posizione lavorativa.
Uno dei passaggi più rilevanti della decisione
riguarda l’individuazione della disciplina applicabile. Il
Tribunale affronta infatti il problema dell’interferenza tra la
normativa introdotta dal decreto-legge 21 ottobre 2020, numero 130,
che aveva ampliato l’ambito della protezione speciale, e le
successive modifiche restrittive introdotte dal decreto-legge 10
marzo 2023, numero 20, convertito con legge 5 maggio 2023, numero 50.
Il Collegio osserva che, nel caso di specie, deve trovare
applicazione la disciplina previgente al decreto-legge del 2023, in
virtù della clausola transitoria contenuta nell’art. 7, secondo
comma, del medesimo decreto, secondo cui alle domande presentate
prima dell’entrata in vigore della nuova normativa continua ad
applicarsi la disciplina precedente. Il Tribunale valorizza a tal
fine un dato di prassi amministrativa particolarmente significativo
nel sistema della gestione delle domande di protezione: la
circostanza che la formalizzazione dell’istanza presso la Questura
avvenga spesso diversi mesi dopo la richiesta di appuntamento. Da ciò
deriva che, se l’appuntamento era stato concesso quando era ancora
vigente la disciplina precedente, l’intero procedimento deve essere
regolato da tale normativa.
La parte centrale della motivazione è dedicata
all’interpretazione dell’art. 19, comma 1.1, del Testo unico
sull’immigrazione, disposizione che vieta l’espulsione o il
respingimento dello straniero quando l’allontanamento dal
territorio nazionale comporterebbe una violazione del diritto al
rispetto della vita privata e familiare garantito dall’art. 8 CEDU.
Il Tribunale richiama espressamente la giurisprudenza della Corte di
cassazione e, in particolare, la sentenza delle Sezioni Unite numero
24413 del 2021, che ha chiarito come la riforma del 2020 abbia
ancorato il divieto di espulsione non soltanto all’art. 3 della
Convenzione europea dei diritti dell’uomo, relativo al divieto di
trattamenti inumani o degradanti, ma anche all’art. 8 della stessa
Convenzione. Secondo tale orientamento, la tutela della vita privata
dello straniero non si esaurisce nella dimensione strettamente
familiare, ma comprende l’insieme delle relazioni sociali,
affettive e lavorative che contribuiscono a definire l’identità
personale dell’individuo.
Alla luce di tali principi, il Tribunale ritiene che
nel caso concreto sussistano i presupposti per il riconoscimento
della protezione complementare. La decisione evidenzia che il
ricorrente, giunto in Italia nel 2022 e privo di precedenti penali,
ha progressivamente radicato la propria identità nel territorio
nazionale attraverso l’attività lavorativa e le relazioni sociali
sviluppate nel contesto locale. La presenza di un contratto di lavoro
stabile e l’inserimento nel tessuto sociale italiano rappresentano,
secondo il Collegio, elementi idonei a dimostrare l’esistenza di
una vita privata ormai strutturata nel territorio dello Stato. Il
Tribunale osserva inoltre che alla permanenza in Italia per un
periodo di circa tre anni corrisponde un progressivo indebolimento
dei legami con il paese di origine, senza che possa assumere valore
decisivo la permanenza di rapporti familiari nel territorio albanese.
La decisione affronta anche il tema del livello di
integrazione richiesto per il riconoscimento della protezione
complementare. Il Tribunale richiama la giurisprudenza della Corte di
cassazione secondo cui l’integrazione non deve essere intesa come
un inserimento pieno e irreversibile nel contesto sociale del paese
ospitante, ma può essere dimostrata anche attraverso ogni
apprezzabile sforzo di inserimento nella realtà locale, quale la
partecipazione ad attività lavorative o formative. In questa
prospettiva, anche una integrazione lavorativa iniziale o progressiva
può essere sufficiente a fondare la tutela prevista dall’art. 19
del Testo unico sull’immigrazione.
Il Tribunale conclude pertanto accertando il diritto
del ricorrente al rilascio del permesso di soggiorno per protezione
speciale, con durata biennale, rinnovabile e convertibile in permesso
di soggiorno per motivi di lavoro, disponendo la trasmissione degli
atti al Questore competente per territorio affinché provveda al
rilascio del titolo di soggiorno. La decisione dispone inoltre la
compensazione delle spese di lite, ritenendo che l’esito del
giudizio sia stato determinato dalla valutazione ex nunc di elementi
formatisi o consolidatisi nel corso del procedimento.
Nel complesso, la sentenza si inserisce in un
orientamento giurisprudenziale che attribuisce alla protezione
complementare una funzione di tutela dei diritti fondamentali dello
straniero, riconoscendo che il diritto al rispetto della vita privata
non riguarda soltanto i rapporti familiari ma anche l’insieme delle
relazioni sociali e lavorative che contribuiscono alla costruzione
dell’identità personale. In questo senso, l’istituto continua a
rappresentare uno dei principali strumenti di bilanciamento tra il
potere dello Stato di controllare i flussi migratori e l’esigenza
di garantire il rispetto della dignità e dei diritti fondamentali
della persona.
Avv. Fabio Loscerbo ORCID:
https://orcid.org/0009-0004-7030-0428
Quando la protezione complementare può aprire la strada al permesso UE di lungo periodo
Nel dibattito sul diritto dell’immigrazione si parla spesso di ingressi, espulsioni o procedure di asilo. Molto meno si discute di ciò che accade dopo, cioè del percorso giuridico che porta uno straniero a stabilizzare la propria presenza in Italia quando nel frattempo ha costruito una vita reale nel territorio dello Stato.
Proprio su questo tema ho pubblicato recentemente uno studio dedicato alla protezione complementare e alla possibilità di accedere al permesso di soggiorno UE per soggiornanti di lungo periodo.
Lo studio nasce dall’osservazione di una situazione che nella pratica giuridica si verifica sempre più spesso. Può accadere che uno straniero presenti domanda di protezione internazionale e che la Commissione territoriale respinga la richiesta. In questi casi la legge consente di proporre ricorso al Tribunale. Durante questo procedimento il giudice può accertare che l’espulsione dello straniero violerebbe i suoi diritti fondamentali e riconoscere quindi la protezione complementare, ordinando alla Questura il rilascio di un permesso di soggiorno.
Questo tipo di tutela deriva dal divieto di espulsione previsto dall’articolo 19 del Testo unico sull’immigrazione, che impedisce l’allontanamento di una persona quando ciò comporterebbe una violazione degli obblighi costituzionali o internazionali dello Stato, ad esempio in relazione alla vita privata e familiare costruita nel territorio nazionale.
A questo punto emerge una questione giuridica interessante. La normativa italiana prevede che alcuni titoli di soggiorno non consentano l’accesso al permesso UE per soggiornanti di lungo periodo, cioè lo status che riconosce una stabilità giuridica agli stranieri che vivono regolarmente in Italia da molti anni e che hanno raggiunto un certo livello di integrazione. Tra questi titoli è indicato il permesso per protezione speciale rilasciato dalla Commissione territoriale.
Ma cosa succede quando la protezione complementare non viene riconosciuta dalla Commissione, bensì dal Tribunale?
Il punto centrale della ricerca riguarda proprio questa distinzione. Quando la protezione viene riconosciuta dal giudice, il titolo di soggiorno non nasce da una decisione amministrativa, ma dall’esecuzione di un provvedimento giurisdizionale che accerta direttamente il diritto della persona a non essere espulsa. In altre parole, non si tratta dello stesso tipo di titolo che la legge indica tra quelli esclusi dall’accesso allo status di lungo periodo.
Questa differenza, che può sembrare tecnica, ha in realtà conseguenze molto concrete. Se il titolo deriva da un accertamento giudiziale del divieto di espulsione, l’estensione automatica della causa di esclusione prevista dalla legge potrebbe risultare problematica dal punto di vista interpretativo.
Il tema non riguarda soltanto una questione di tecnica giuridica. Tocca anche un punto più ampio del modo in cui l’ordinamento affronta il fenomeno migratorio. In molti casi, infatti, la protezione complementare viene riconosciuta proprio dopo che il giudice ha valutato il livello di integrazione dello straniero nel territorio nazionale, la sua vita familiare, il lavoro svolto e il radicamento sociale costruito nel tempo.
In questo senso la protezione complementare diventa uno dei luoghi nei quali il diritto misura concretamente il rapporto tra presenza dello straniero e integrazione nella società ospitante.
Per questo motivo il tema merita una riflessione più ampia, che va oltre la singola norma. Comprendere come queste forme di tutela funzionano nella pratica significa anche comprendere come il sistema giuridico tenta di trovare un equilibrio tra governo dei flussi migratori e tutela dei diritti fondamentali della persona.
Lo studio pubblicato su Zenodo nasce proprio con questo obiettivo: offrire una lettura del sistema che tenga conto sia delle esigenze di regolazione dell’immigrazione sia del ruolo che l’integrazione reale delle persone può avere nel percorso di stabilizzazione del soggiorno.
Segnalazione nel Sistema Informativo Schengen (SIS) e limiti dell’automatismo amministrativo nell’annullamento dei visti
Abstract
La giurisprudenza amministrativa italiana torna a confrontarsi con il tema delle segnalazioni nel Sistema Informativo Schengen (SIS) e con i loro effetti sulle procedure relative ai visti e ai titoli di soggiorno. La decisione del Tribunale Amministrativo Regionale per il Lazio, pubblicata nel 2026, offre l’occasione per riflettere sui limiti dell’automatismo amministrativo e sul dovere dell’amministrazione di svolgere una valutazione concreta e proporzionata del caso. Il provvedimento analizzato chiarisce che la mera presenza di una segnalazione nel SIS non può essere considerata un presupposto necessario e sufficiente per l’annullamento di un visto già rilasciato, imponendo invece un’istruttoria effettiva e una ponderazione degli interessi coinvolti.
1. Introduzione
Il Sistema Informativo Schengen rappresenta uno degli strumenti centrali della cooperazione europea in materia di sicurezza e gestione delle frontiere. Attraverso questo sistema, gli Stati membri condividono informazioni relative a persone e oggetti ricercati o segnalati, con l’obiettivo di garantire un controllo coordinato all’interno dello spazio Schengen.
Nel contesto del diritto dell’immigrazione, le segnalazioni nel SIS assumono particolare rilievo perché possono incidere direttamente sui procedimenti relativi ai visti, agli ingressi e ai permessi di soggiorno. Tuttavia, l’utilizzo di tali informazioni deve sempre essere compatibile con i principi fondamentali del diritto amministrativo, tra cui la proporzionalità, la ragionevolezza e la tutela dell’affidamento.
La decisione qui esaminata, pubblicata integralmente al seguente indirizzo:
offre un contributo significativo alla definizione dei limiti entro cui le amministrazioni possono utilizzare una segnalazione nel SIS come presupposto per adottare provvedimenti restrittivi.
2. Il caso oggetto della decisione
La controversia trae origine dal rilascio di un visto per motivi di studio da parte di una sede diplomatica italiana. Successivamente, le autorità di un altro Stato appartenente all’area Schengen avevano revocato il permesso di soggiorno della cittadina interessata e inserito una segnalazione nel Sistema Informativo Schengen.
A seguito di tale segnalazione, l’amministrazione italiana aveva proceduto all’annullamento d’ufficio del visto precedentemente rilasciato. In conseguenza di tale annullamento, la Questura competente aveva dichiarato irricevibile la domanda di permesso di soggiorno presentata dall’interessata.
La ricorrente ha quindi impugnato tali provvedimenti dinanzi al giudice amministrativo, sostenendo che l’amministrazione avesse applicato la segnalazione nel SIS in modo automatico, senza effettuare una valutazione concreta della situazione.
3. Il quadro normativo e il ruolo del Sistema Informativo Schengen
Il Sistema Informativo Schengen è disciplinato da una serie di regolamenti europei che regolano la raccolta, la condivisione e l’utilizzo delle informazioni tra gli Stati membri. Il sistema consente alle autorità nazionali di verificare rapidamente l’esistenza di segnalazioni relative a persone o documenti, facilitando la cooperazione transnazionale.
Tuttavia, il funzionamento del SIS non comporta che le autorità nazionali siano automaticamente vincolate a adottare determinati provvedimenti. Le informazioni contenute nel sistema devono essere interpretate e utilizzate nel rispetto dei principi generali del diritto dell’Unione e del diritto amministrativo nazionale.
Proprio su questo punto si concentra la pronuncia del TAR Lazio.
4. Il principio affermato dal TAR Lazio
Il giudice amministrativo ha chiarito che la segnalazione nel Sistema Informativo Schengen non può essere considerata un presupposto automatico e vincolante per l’annullamento di un visto.
Secondo il tribunale, l’amministrazione non può ritenersi priva di margini di valutazione discrezionale. Al contrario, deve procedere a una verifica concreta delle circostanze del caso, tenendo conto anche del principio di proporzionalità e dell’eventuale affidamento maturato dalla persona interessata.
Nel caso specifico, il collegio ha rilevato che l’amministrazione aveva trattato la segnalazione nel SIS come se costituisse un obbligo automatico di annullamento del visto, senza svolgere un’adeguata istruttoria. Tale impostazione è stata ritenuta incompatibile con i principi del diritto amministrativo.
La decisione ha quindi annullato sia il provvedimento di annullamento del visto sia il successivo atto della Questura che aveva dichiarato irricevibile la domanda di permesso di soggiorno.
5. Considerazioni conclusive
La pronuncia del TAR Lazio assume particolare rilevanza perché affronta una questione destinata a riproporsi con crescente frequenza nella prassi amministrativa: il rapporto tra i sistemi informativi europei e il potere decisionale delle amministrazioni nazionali.
Il principio affermato dal giudice amministrativo è chiaro: gli strumenti di cooperazione europea, come il Sistema Informativo Schengen, non possono trasformarsi in meccanismi di decisione automatica. L’amministrazione resta sempre tenuta a svolgere una valutazione concreta del caso, motivando adeguatamente le proprie decisioni e verificando la proporzionalità delle misure adottate.
In questa prospettiva, la decisione contribuisce a rafforzare il controllo giurisdizionale sugli automatismi amministrativi e a riaffermare il ruolo centrale dei principi di ragionevolezza, proporzionalità e tutela dell’affidamento nel diritto dell’immigrazione.
La revocación del permiso de residencia UE de larga duración entre juicio de peligrosidad y obligación de conceder un título alternativo: comentario a la sentencia del TAR Emilia-Romaña, Sección Primera, 26 de febrero de 2026, n.º 334
La sentencia dictada por el Tribunal Administrativo Regional de Emilia-Romaña, Sección Primera, el 26 de febrero de 2026, n.º 334 (asunto inscrito en el registro general número 58 de 2026), constituye una referencia relevante para el análisis del artículo 9 del Decreto Legislativo 25 de julio de 1998, n.º 286 (Texto Único sobre Inmigración), en materia de revocación del permiso de residencia UE para residentes de larga duración.
El caso se origina en la decisión de la Jefatura de Policía de Bolonia de revocar el permiso de residencia de larga duración concedido a un ciudadano extranjero, basándose en un juicio de peligrosidad social derivado de condenas penales firmes por hechos de especial gravedad. El recurrente alegó, entre otros motivos, que la revocación se había producido de forma automática y que la administración no había valorado adecuadamente su integración social, familiar y laboral en Italia.
El Tribunal recuerda que el artículo 9, apartado 4, del Texto Único establece que el permiso de residencia UE para residentes de larga duración no puede concederse a quienes sean considerados peligrosos para el orden público o la seguridad del Estado. En virtud de la conexión con el apartado 7, el permiso puede ser revocado cuando desaparecen las condiciones exigidas para su concesión. Sin embargo, la norma exige una valoración sustancial e individualizada, que tenga en cuenta la duración de la residencia en el territorio nacional y el grado de integración social, familiar y profesional del interesado.
La sentencia se inserta en la línea jurisprudencial consolidada según la cual no puede existir un automatismo entre condena penal y pérdida del estatus de larga duración. Se requiere una evaluación actual de la peligrosidad, basada en la personalidad del sujeto y en la gravedad concreta de los hechos. En el caso examinado, el Tribunal considera que la administración realizó dicha evaluación, analizando la naturaleza de los delitos, su impacto sobre derechos fundamentales y la conducta global del recurrente. La decisión no fue considerada ilógica ni irrazonable, por lo que la revocación fue confirmada en este punto.
El aspecto más relevante de la resolución se refiere, no obstante, al artículo 9, apartado 9, del Texto Único. Esta disposición establece que, cuando se revoca el permiso de larga duración y no procede la expulsión, debe concederse al extranjero un permiso de residencia de otro tipo conforme a la normativa vigente. Se trata de una previsión que garantiza la continuidad de la condición jurídica del extranjero, evitando que la pérdida del estatus reforzado implique automáticamente una situación de irregularidad.
En el supuesto analizado, la autoridad administrativa omitió cualquier valoración sobre la posibilidad de conceder un permiso alternativo. Por ello, el Tribunal estimó parcialmente el recurso y anuló la resolución en la parte relativa a dicha omisión. La administración deberá pronunciarse nuevamente, evaluando la situación actual del interesado y la eventual concesión de un título diferente.
La decisión pone de relieve el equilibrio entre la protección del orden público y el respeto a los principios de legalidad y proporcionalidad. Si bien la administración dispone de un margen de discrecionalidad en materia de seguridad, dicho poder debe ejercerse dentro del marco normativo completo. La revocación del permiso de larga duración no puede generar un vacío jurídico; en ausencia de expulsión, debe realizarse una nueva evaluación sobre el estatuto de residencia.
La sentencia confirma, en definitiva, que incluso en el ámbito del derecho de extranjería, la discrecionalidad administrativa está sometida a los principios fundamentales del Estado de Derecho.
La révocation du permis de séjour UE de longue durée entre appréciation de la dangerosité et obligation de délivrer un titre alternatif : note sous TAR Émilie-Romagne, Première Section, 26 février 2026, n° 334
La décision rendue par le Tribunal administratif régional pour l’Émilie-Romagne, Première Section, le 26 février 2026, n° 334 (affaire inscrite au rôle général numéro 58 de 2026), offre une contribution significative à l’interprétation de l’article 9 du décret législatif n° 286 du 25 juillet 1998 (Texte unique sur l’immigration), en matière de révocation du permis de séjour UE pour résidents de longue durée.
L’affaire trouve son origine dans la décision de la Questura de Bologne de révoquer le permis de séjour de longue durée d’un ressortissant étranger, au motif d’une dangerosité sociale déduite de condamnations pénales définitives pour des infractions d’une particulière gravité. Le requérant soutenait notamment que la révocation avait été adoptée de manière automatique et que l’administration n’avait pas correctement évalué son intégration sociale, familiale et professionnelle en Italie.
Le Tribunal rappelle que l’article 9, paragraphe 4, du Texte unique prévoit que le permis de séjour UE pour résidents de longue durée ne peut être délivré aux étrangers considérés comme dangereux pour l’ordre public ou la sécurité de l’État. En vertu du paragraphe 7, le titre peut être révoqué lorsque les conditions exigées pour sa délivrance viennent à manquer. Toutefois, la norme impose une appréciation substantielle et individualisée, qui tienne compte de la durée du séjour sur le territoire national ainsi que du degré d’insertion sociale, familiale et professionnelle de l’intéressé.
La décision s’inscrit dans le prolongement d’une jurisprudence constante selon laquelle la révocation du permis de longue durée ne peut résulter d’un automatisme entre condamnation pénale et perte du statut. Une évaluation actuelle de la dangerosité est requise, fondée sur la personnalité du sujet et sur la gravité concrète des faits. En l’espèce, le Tribunal considère que l’administration a procédé à une telle analyse, en examinant la nature des infractions, leur impact sur les droits fondamentaux et la conduite globale du requérant. L’appréciation n’a pas été jugée entachée d’illogisme ou d’irrationalité, et la révocation a donc été confirmée sous cet aspect.
L’élément le plus novateur de la décision concerne toutefois l’article 9, paragraphe 9, du Texte unique. Cette disposition prévoit que, lorsque le permis de longue durée est révoqué et qu’aucune mesure d’expulsion n’est adoptée, l’étranger doit se voir délivrer un autre type de permis de séjour en application de la législation en vigueur. Il s’agit d’une règle garantissant la continuité du statut juridique, empêchant que la révocation du titre renforcé n’entraîne automatiquement une situation d’irrégularité.
Dans le cas d’espèce, la Questura n’avait procédé à aucune évaluation relative à la délivrance d’un titre alternatif. Le Tribunal a donc accueilli partiellement le recours, en annulant la décision dans la mesure où cette obligation légale n’avait pas été respectée. L’administration devra réexaminer la situation du requérant et se prononcer expressément sur la possibilité d’octroyer un autre titre de séjour.
La décision met en lumière un équilibre délicat entre la protection de l’ordre public et la garantie des droits fondamentaux. Si l’administration dispose d’un pouvoir discrétionnaire en matière de sécurité, ce pouvoir doit s’exercer dans le respect intégral du cadre normatif. La révocation d’un permis de longue durée ne peut créer un vide juridique ; en l’absence d’expulsion, une nouvelle qualification du séjour doit être envisagée.
Cette jurisprudence confirme ainsi que, même en matière d’immigration, la discrétion administrative demeure encadrée par les principes de proportionnalité, de légalité et de complétude procédurale, au cœur de l’État de droit.
Revocation of the EU Long-Term Residence Permit Between Public Security Assessment and the Obligation to Grant an Alternative Residence Status: Commentary on TAR Emilia-Romagna, First Section, 26 February 2026, No. 334
The judgment delivered by the Regional Administrative Court for Emilia-Romagna (First Section) on 26 February 2026, No. 334 (case registered under general docket number 58 of 2026), provides an important opportunity to examine the legal framework governing the revocation of the EU long-term residence permit under Article 9 of Legislative Decree No. 286 of 25 July 1998 (Italian Immigration Consolidated Act).
The case originated from a decision of the Police Headquarters of Bologna revoking an EU long-term residence permit on the basis of a finding of social dangerousness, grounded in final criminal convictions for particularly serious offences. The applicant challenged the measure, arguing, inter alia, that the revocation was de facto automatic and that the administration had failed to properly assess his social, family and professional integration in Italy.
The Court addressed the structure of Article 9 of the Immigration Act. Paragraph 4 provides that the EU long-term residence permit cannot be granted to foreigners who are considered a threat to public order or State security. By virtue of the combined effect of paragraphs 4 and 7, the permit may also be revoked where the relevant conditions are no longer met. However, the provision requires a substantive assessment: the authority must consider the duration of lawful residence in Italy and the level of social, family and professional integration of the person concerned.
The judgment aligns with consolidated case law holding that revocation of long-term residence status cannot be based on an automatic link between criminal conviction and loss of status. A current and individualized assessment of dangerousness is required. In the present case, the Court found that the administration had carried out such an assessment, examining the seriousness of the offences, the impact on fundamental rights, and the applicant’s overall conduct. The evaluation was deemed neither illogical nor unreasonable, and therefore the revocation was upheld as lawful in that respect.
The most significant aspect of the ruling concerns Article 9, paragraph 9, of the Immigration Act. This provision states that where a long-term EU residence permit is revoked and expulsion is not ordered, the foreign national must be granted another type of residence permit in accordance with the Immigration Act. The norm embodies a principle of legal continuity: the loss of the “enhanced” long-term status does not automatically entail irregular stay.
In the case at hand, the Police Authority failed to carry out any assessment regarding the possible issuance of an alternative residence permit. The Court therefore partially upheld the appeal, annulling the decision insofar as it omitted consideration of this statutory obligation. The administration is now required to re-examine the applicant’s position and to assess, in light of his current circumstances, whether the requirements for a different residence permit are met.
The judgment is noteworthy for its balanced approach. On the one hand, it reaffirms the administration’s discretionary power to protect public order through a properly reasoned and individualized dangerousness assessment. On the other, it underscores that such discretion must operate within the full framework of statutory guarantees. Revocation cannot create a legal vacuum; if expulsion is not imposed, a new legal status must be evaluated.
The decision thus reinforces a core principle of the rule of law in immigration matters: administrative discretion must always be exercised in compliance with proportionality, procedural completeness, and substantive legality.
La revoca del permesso di soggiorno UE per soggiornanti di lungo periodo tra giudizio di pericolosità e obbligo di rilascio di un titolo alternativo: nota a TAR Emilia-Romagna, Sez. I, 26 febbraio 2026, n. 334
La sentenza del Tribunale Amministrativo Regionale per l’Emilia-Romagna, Sezione Prima, 26 febbraio 2026, n. 334 (ricorso iscritto al ruolo generale numero 58 del 2026), offre un’occasione particolarmente significativa per riflettere sul regime giuridico della revoca del permesso di soggiorno UE per soggiornanti di lungo periodo ai sensi dell’art. 9 del decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286.
La fattispecie trae origine dalla revoca, disposta dalla Questura di Bologna, del titolo di lungo periodo rilasciato allo straniero, sulla base di un giudizio di pericolosità sociale desunto da condanne penali definitive per reati di particolare gravità. Il ricorrente ha censurato il provvedimento deducendo, tra l’altro, l’illegittimità di una revoca asseritamente automatica e il difetto di valutazione in ordine alla propria integrazione sociale, familiare e lavorativa.
Il Collegio affronta in modo puntuale la struttura dell’art. 9 del Testo Unico Immigrazione, richiamando il comma 4, secondo cui il permesso di soggiorno UE per soggiornanti di lungo periodo non può essere rilasciato – e, per effetto del combinato disposto con il comma 7, può essere revocato – allo straniero ritenuto pericoloso per l’ordine pubblico o la sicurezza dello Stato. La norma impone tuttavia un giudizio non meramente formale, ma sostanziale, che tenga conto della durata del soggiorno nel territorio nazionale e dell’inserimento sociale, familiare e lavorativo dell’interessato.
La sentenza si colloca nel solco dell’orientamento giurisprudenziale consolidato secondo cui la revoca del titolo di lungo periodo non può fondarsi su un automatismo tra condanna penale e perdita del permesso. È necessario un accertamento attuale della pericolosità, che valorizzi la personalità del soggetto e la concreta incidenza dei fatti sul bene giuridico tutelato. Nel caso di specie, il TAR ritiene che l’Amministrazione abbia svolto tale valutazione in modo non illogico né irragionevole, esaminando la gravità delle condotte e ritenendo recessivi, rispetto alla tutela dell’ordine pubblico, gli elementi addotti in tema di integrazione.
Di particolare rilievo sistematico è, tuttavia, il passaggio motivazionale relativo all’art. 9, comma 9, del d.lgs. n. 286/1998. La disposizione stabilisce che, ove non debba essere disposta l’espulsione, allo straniero cui sia stato revocato il permesso di lungo periodo deve essere rilasciato un permesso di soggiorno per altro tipo in applicazione del Testo Unico. Si tratta di una previsione che esprime un principio di continuità della condizione giuridica dello straniero, impedendo che la revoca del titolo “rafforzato” determini automaticamente una situazione di irregolarità.
Nel caso esaminato, la Questura aveva omesso qualsiasi valutazione in ordine alla possibilità di rilascio di un diverso titolo. Il TAR accoglie quindi il ricorso limitatamente a tale profilo, annullando il provvedimento nella parte in cui non è stata effettuata la necessaria verifica. L’Amministrazione dovrà pertanto riesaminare la posizione dell’interessato alla luce della disciplina vigente, pronunciandosi espressamente sulla sussistenza dei presupposti per il rilascio di un permesso alternativo.
La decisione assume rilievo non solo per la ricostruzione del corretto esercizio del potere discrezionale in materia di sicurezza pubblica, ma anche per l’affermazione di un principio di legalità sostanziale: la discrezionalità amministrativa non può tradursi in un vuoto di tutela. La revoca del titolo di lungo periodo, pur legittima sotto il profilo del giudizio di pericolosità, non esonera l’Amministrazione dall’obbligo di applicare integralmente la disciplina del Testo Unico, garantendo una valutazione complessiva e aggiornata della posizione dello straniero.
Ne emerge un equilibrio delicato tra esigenze di sicurezza e tutela dei diritti, nel quale il giudice amministrativo svolge una funzione di controllo sulla correttezza del procedimento e sulla completezza dell’istruttoria, senza sostituirsi all’Amministrazione nelle scelte di merito, ma imponendo il rispetto della legalità e della proporzionalità.
Pas d’examens, pas de conversion : pourquoi la procédure est essentielle en droit de l’immigration italien
Une récente décision du Tribunal Administratif Régional d’Émilie-Romagne rappelle avec force un principe fondamental du droit de l’immigration italien : un titre de séjour ne peut pas être transformé rétroactivement, et la rigueur procédurale n’est pas une simple formalité, mais le cœur même de la protection juridique.
Par le jugement n° 254 du 13 février 2026 (recours inscrit au rôle général sous le n° 114/2026), la juridiction administrative a examiné la situation d’un ressortissant étranger entré en Italie avec un visa pour études. À l’expiration de son titre de séjour, l’intéressé affirmait avoir demandé la conversion en titre de séjour pour travail salarié. La Questura a rejeté la demande et a également adopté un décret d’expulsion.
La question centrale examinée par le Tribunal était de savoir si une demande formelle de conversion avait réellement été présentée. Le requérant avait produit uniquement la preuve du paiement des frais administratifs, mais aucun document attestant d’une demande explicite de transformation du titre. De plus, le contrat de travail invoqué avait été conclu après le dépôt de la demande de renouvellement.
Cet élément a été déterminant.
Le Tribunal a estimé que l’administration avait correctement qualifié la demande comme une simple demande de renouvellement du titre de séjour pour études. En droit italien, la légalité d’un acte administratif doit être appréciée au regard de la demande effectivement présentée et des conditions existantes au moment de son dépôt. Des circonstances survenues ultérieurement — comme la conclusion d’un contrat de travail — ne peuvent pas légitimer rétroactivement une conversion jamais formellement demandée.
La juridiction rappelle également un principe constant : la Questura n’est pas tenue d’examiner d’office la possibilité de délivrer un titre de séjour différent si aucune demande spécifique n’a été formulée. La procédure en matière d’immigration est déclenchée et délimitée par l’initiative de l’intéressé. L’administration statue sur ce qui est demandé, et non sur ce qui aurait pu l’être.
La décision aborde aussi la question de la traduction du refus. L’acte avait été rédigé uniquement en italien. Toutefois, le Tribunal souligne que l’absence de traduction écrite n’entraîne pas automatiquement l’illégalité du provvedimento si l’étranger a pu introduire un recours dans les délais et exercer pleinement son droit à la défense. En l’espèce, le recours avait été formé en temps utile.
Enfin, le Tribunal insiste sur la nature même du titre de séjour pour études. Ce type de permis suppose un parcours académique réel et vérifiable. Dans le cas examiné, aucun examen universitaire n’avait été réussi, ce qui ne permettait pas de justifier le renouvellement.
Au-delà du cas particulier, cette décision réaffirme un principe structurant : le droit de l’immigration repose sur la typicité des titres de séjour et sur la cohérence entre la finalité déclarée et la situation concrète. Un titre pour études ne peut pas devenir, par simple opportunité, un titre pour travail. La conversion exige une demande formelle et la présence effective des conditions légales au moment de l’instance.
La procédure administrative n’est donc pas un obstacle technique. Elle est l’architecture juridique qui conditionne l’exercice des droits.
Pour les étudiants étrangers en Italie, le message est clair : un titre pour études implique un engagement académique authentique. Et pour travailler, il faut suivre rigoureusement la voie légale prévue par l’ordonnancement juridique.
Avvocato Fabio Loscerbo Avocat à Bologne Droit de l’Immigration
لا امتحانات، لا تحويل: لماذا تُعدّ الإجراءات جوهرية في قانون الهجرة الإيطالي
يؤكد حكم حديث صادر عن المحكمة الإدارية الإقليمية في إميليا-رومانيا مبدأً أساسيًا في قانون الهجرة الإيطالي: لا يمكن تحويل تصريح الإقامة بأثر رجعي، كما أن احترام الإجراءات ليس مسألة شكلية، بل هو جوهر الحماية القانونية.
بموجب الحكم رقم 254 الصادر في 13 فبراير 2026 (المقيد في السجل العام تحت رقم 114/2026)، نظرت المحكمة في قضية مواطن أجنبي دخل إيطاليا بتأشيرة دراسية. وعند انتهاء صلاحية تصريح إقامته، ادعى أنه تقدم بطلب لتحويل التصريح إلى إقامة للعمل المأجور. غير أن مديرية الشرطة (Questura) رفضت الطلب، وأصدرت كذلك قرارًا بالترحيل.
المسألة الجوهرية التي تناولتها المحكمة تمثلت في ما إذا كان قد تم بالفعل تقديم طلب رسمي لتحويل التصريح. المستند الذي قدمه المدعي لم يكن سوى إيصال دفع الرسوم الإدارية، ولم يتضمن طلبًا صريحًا بتغيير نوع الإقامة. إضافة إلى ذلك، فإن عقد العمل الذي استند إليه أُبرم بعد تقديم طلب تجديد تصريح الدراسة.
وقد كان هذا التفصيل حاسمًا في القرار.
أكدت المحكمة أن الإدارة تصرفت بشكل صحيح عندما اعتبرت الطلب مجرد طلب لتجديد تصريح الإقامة للدراسة. فوفقًا للقانون الإيطالي، تُقيَّم مشروعية القرار الإداري استنادًا إلى الطلب الفعلي المقدم والشروط القائمة في لحظة تقديمه. ولا يمكن لظروف لاحقة — مثل الحصول على عقد عمل بعد ذلك — أن تضفي شرعية بأثر رجعي على تحويل لم يُطلب رسميًا.
كما أعادت المحكمة التأكيد على مبدأ مستقر: لا تلتزم مديرية الشرطة بدراسة إمكانية منح نوع آخر من تصاريح الإقامة من تلقاء نفسها إذا لم يُقدَّم طلب محدد بذلك. فالإجراءات الإدارية في مجال الهجرة تقوم على مبادرة صاحب الشأن، والإدارة تفصل فيما يُطلب منها تحديدًا، لا فيما كان يمكن طلبه.
وتطرقت المحكمة أيضًا إلى مسألة ترجمة قرار الرفض، الذي صيغ باللغة الإيطالية فقط. وأوضحت أن عدم وجود ترجمة مكتوبة لا يؤدي تلقائيًا إلى بطلان القرار، ما دام الشخص المعني قد تمكن من الطعن فيه ضمن المهلة القانونية وممارسة حقه في الدفاع بشكل كامل. وفي هذه القضية، تم تقديم الطعن في الوقت المناسب.
أما من حيث الجوهر، فقد شددت المحكمة على أن تصريح الإقامة للدراسة يفترض وجود مسار أكاديمي حقيقي يمكن التحقق منه. وفي الحالة محل النظر، لم يجتز المتقدم أي امتحان جامعي، الأمر الذي حال دون تجديد التصريح.
تؤكد هذه القضية مبدأً بنيويًا في نظام الهجرة الإيطالي: يقوم النظام على تحديد واضح لأنواع تصاريح الإقامة، وعلى ضرورة الانسجام بين الغاية المعلنة والوضع الفعلي. فلا يمكن لتصريح دراسي أن يتحول إلى تصريح عمل بدافع الملاءمة أو بعد نشوء ظروف لاحقة. إن التحويل يتطلب طلبًا رسميًا وتوافر الشروط القانونية في لحظة تقديمه.
وعليه، فإن الإجراءات الإدارية ليست عقبة شكلية، بل الإطار القانوني الذي يُنشئ الحقوق ويحميها.
الرسالة للطلبة الأجانب في إيطاليا واضحة: تصريح الدراسة يتطلب التزامًا أكاديميًا حقيقيًا. ومن يرغب في العمل، عليه أن يسلك الطريق القانوني الصحيح وفقًا لما ينص عليه القانون.
Avvocato Fabio Loscerbo محامٍ في بولونيا قانون الهجرة
Dënimet penale nuk mjaftojnë: Gjykata Administrative e Bolonjës kundër refuzimeve automatike të lejes së qëndrimit
Një vendim i fundit i Gjykatës Administrative Rajonale për Emilia-Romanja, me seli në Bolonjë, ka riafirmuar një parim themelor të së drejtës italiane të emigracionit: dënimet penale, të marra më vete, nuk mund të justifikojnë refuzimin ose mosrinovimin e lejes së qëndrimit pa një vlerësim real dhe aktual të situatës personale të shtetasit të huaj.
Në çështjen e shqyrtuar, administrata ishte kufizuar në përmendjen e së kaluarës penale për të mbështetur vendimin negativ, pa shpjeguar pse këto dënime përbënin ende një tregues të rrezikshmërisë shoqërore aktuale, apo pse duhej të mbizotëronin mbi elemente të tjera pozitive të jetës së personit. Gjykata e vlerësoi këtë qasje si të paligjshme, pasi bazohej në një mekanizëm automatik, në kundërshtim me kërkesat e ligjit.
Baza juridike e këtij qëndrimi gjendet në nenin 5, paragrafi 5, të dekretit legjislativ të 25 korrikut 1998, numër 286, i cili e detyron administratën të vlerësojë në mënyrë tërësore pozitën e të huajit. Kjo do të thotë se elementet negative, si dënimet penale, duhet të peshohen së bashku me faktorë të tjerë vendimtarë: jeta private dhe familjare, stabiliteti në punë, niveli i integrimit shoqëror dhe koha e kaluar nga veprat penale.
Në vendimin e saj, Gjykata Administrative e Bolonjës konstatoi një mungesë të theksuar motivimi. Autoriteti administrativ nuk kishte kryer asnjë analizë konkrete të rrugëtimit personal, profesional apo familjar të interesuarit, dhe nuk kishte bërë një balancim të vërtetë midis elementeve negative dhe atyre pozitive. Për këtë arsye, gjykata anuloi refuzimin dhe ia ktheu çështjen administratës për një rishqyrtim në përputhje me parimet e proporcionalitetit dhe arsyeshmërisë.
Nga një këndvështrim më i gjerë, ky vendim konfirmon një linjë jurisprudenciale gjithnjë e më të konsoliduar. Diskrecioni administrativ në fushën e emigracionit ekziston, por nuk është i pakufizuar. Kur një vendim ndikon drejtpërdrejt në jetën familjare, profesionale dhe shoqërore të një personi, ai duhet të mbështetet në një vlerësim individual, të arsyetuar dhe të bazuar në situatën aktuale, jo në një lexim mekanik të së kaluarës.
Mesazhi praktik i vendimit është i qartë: dënimet penale janë një element vlerësimi, jo një përfundim i paracaktuar. Administrata duhet të demonstrojë, përmes një motivimi të qartë dhe të detajuar, pse ato dënime vazhdojnë të jenë relevante sot dhe pse justifikojnë kufizimin e së drejtës për qëndrim.
Në përfundim, Gjykata Administrative e Bolonjës riafirmon një parim thelbësor: në të drejtën e emigracionit nuk ka vend për automatizma. Çdo rast kërkon një shqyrtim individual dhe të kujdesshëm, në respekt të garancive të parashikuara nga rendi juridik.
Pas de domicile stable, pas de renouvellement : le Tribunal administratif confirme la ligne stricte
Une récente décision du Tribunal Administratif Régional du Latium confirme une orientation jurisprudentielle de plus en plus rigoureuse en matière de renouvellement des titres de séjour : l’absence de domicile réel et vérifiable peut suffire à justifier un refus.
Par le jugement n° 3262 du 20 février 2026 (affaire n° 16545 de 2022), la Section Première Ter du Tribunal a validé le refus opposé par la Préfecture de police de Rome à un ressortissant étranger qui sollicitait le renouvellement de son titre de séjour pour travail salarié.
Dans cette affaire, l’administration avait constaté que le demandeur ne disposait pas d’un domicile effectif et vérifiable. Les vérifications effectuées à l’adresse déclarée avaient abouti à un procès-verbal de recherches infructueuses. L’intéressé se trouvait ainsi, selon l’autorité administrative, en situation d’irréperabilité.
Le Tribunal a estimé que le refus était légitime. Les juges rappellent que la certitude de la situation de logement constitue une condition essentielle pour la délivrance ou le renouvellement d’un titre de séjour. Le simple fait d’exercer une activité professionnelle ne suffit pas à garantir le maintien du droit au séjour.
La décision adopte également une position ferme sur la question des déclarations inexactes relatives au domicile. L’indication d’une adresse non conforme à la réalité n’est pas considérée comme une simple irrégularité formelle, mais comme un élément déterminant justifiant le rejet de la demande.
Autre point central : l’application du principe tempus regit actum. Une attestation d’hébergement produite postérieurement à la décision de refus ne peut pas régulariser rétroactivement une situation irrégulière existant au moment de l’adoption de l’acte administratif.
Cette décision confirme une tendance claire : l’intégration ne se limite pas à l’insertion professionnelle. La stabilité du logement, la traçabilité de la présence sur le territoire et le respect des obligations déclaratives deviennent des éléments structurels de l’évaluation administrative.
Pour les ressortissants étrangers comme pour les praticiens du droit, l’enseignement est net : avant toute demande de renouvellement, la situation de logement doit être juridiquement solide et parfaitement documentée. En droit des étrangers, les détails administratifs peuvent avoir des conséquences décisives.
Note de transparence : cet article est fondé exclusivement sur le texte officiel du jugement du Tribunal Administratif Régional du Latium, Section Première Ter, n° 3262 du 20 février 2026, affaire n° 16545 de 2022, tel que publié au lien indiqué ci-dessus.
تبدیل اجازه اقامت فصلی: دادگاه شرط ۳۹ روز کاری را تأیید کرد
رأی اخیر دادگاه اداری منطقهای توسکانا توضیحات مهمی درباره شرایط قانونی تبدیل اجازه اقامت فصلی به اجازه اقامت برای کار وابسته در ایتالیا ارائه میدهد.
این رأی که توسط شعبه دوم با شماره 329 سال 2026 صادر و در تاریخ 11 فوریه 2026 منتشر شده است، به تفسیر ماده 24 بند 10 از فرمان تقنینی شماره 286 سال 1998 میپردازد؛ مقررهای که چارچوب اصلی تبدیل مجوزهای فصلی را تعیین میکند.
بر اساس حقوق ایتالیا، کارگر فصلی میتواند درخواست تبدیل مجوز را ارائه کند مشروط بر اینکه دو شرط اساسی را احراز نماید: نخست، انجام فعالیت کاری منظم در ایتالیا به مدت حداقل سه ماه؛ دوم، داشتن پیشنهاد شغلی معتبر برای کار وابسته، چه با قرارداد مدتدار و چه نامحدود.
موضوع اختلاف در این پرونده، نحوه تفسیر شرط «سه ماه» در بخش کشاورزی بود؛ بخشی که ماهیت آن اغلب ناپیوسته و وابسته به شرایط آبوهوایی است. بخشنامههای اداری برای روشن شدن این موضوع معیار مشخصی تعیین کردهاند: میانگین حداقل سیزده روز کاری در هر ماه، معادل مجموع سیونه روز در یک دوره سهماهه.
در پرونده مورد بررسی، متقاضی به این حد نصاب نرسیده بود و ادعا کرده بود که شرایط نامساعد جوی مانع از تکمیل تعداد روزهای لازم شده است. با این حال، اداره مربوطه درخواست را رد کرد و موضوع به دادگاه اداری ارجاع شد.
دادگاه تصمیم اداره را تأیید کرد. به نظر دادگاه، تبدیل معیار «سه ماه» به تعداد مشخصی از روزهای کاری نهتنها با قانون در تعارض نیست، بلکه با هدف آن سازگار است؛ هدفی که تضمین تجربه کاری واقعی و مؤثر پیش از اعطای وضعیت اقامتی پایدارتر است.
رأی همچنین بر اهمیت ارائه ادله تأکید میکند. ادعاهای مربوط به شرایط استثنایی، مانند بدی آبوهوا، باید با مدارک دقیق و مستند اثبات شوند. اظهارات کلی و فاقد پشتوانه کافی نیست.